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"Il Verdone Mangiasassi."
16/01/04
"La Gita."
Giunti nel mese di Marzo, la situazione di Simone migliorò.
Riuscì ad alzare la media dei suoi voti in alcune materie.
Non fu soggetto a scherzi da parte di nessuno.
Egli, dalle festività natalizie in poi, curò maggiormente il suo aspetto e la sua igiene personale.
In classe i compagni cominciarono col trattarlo meglio.
Le ragazze, compresa Stefania, piuttosto che canzonarlo e prenderlo in giro, mostrarono indifferenza nei suoi confronti.
A metà del mese Federica Pinna fece una festa per il suo compleanno: invitò a casa sua tutti eccetto Simone.
Il giorno nonostante fosse venuto a conoscenza del fatto, durante la ricreazione, questo fece gli auguri alla bionda e le porse un piccolo regalo: un pacchetto color rosa ornato da un nastro giallo dorato.
Stupita Federica lo aprì. Era un'audiocassetta di un gruppo rock che le piaceva molto.
Piacevolmente sorpresa ringraziò Lamacara per il tenero gesto (senza alcun contatto fisico, un bacio o una stretta di mano). Non fu comunque invitato alla festa che si tenne quella sera.
Tempo dopo si decise in classe di compiere una gita scolastica alla fine del mese: saremmo andati a visitare il sito archeologico dei Nuraghi di Barumini nella provincia di Nuoro.
I nostri accompagnatori furono le professoresse Maxia e Della Valle; oltre alla nostra classe parteciparono all'escursione le classi del secondo e terzo anno della sezione G.
Il giorno stabilito fu un Lunedì: alle otto del mattino ci trovammo tutti di fronte all'istituto.
Gli insegnanti, una volta arrivate le corriere, fecero l'appello e ci invitarono all'ordine mentre salimmo sui mezzi.
Simone si sistemò, da solo, tra i sedili vicini al conducente.
Durante il viaggio (all'andata durò circa un'ora e mezza) andò tutto bene: cantammo alcune canzoni in coro, ridemmo e scherzammo.
Il nostro solitario amico rimase a fissare per tutto il tempo il paesaggio.
Fu una meravigliosa giornata di sole. Arrivammo a Barumini verso le dieci.
Questo antico villaggio-fortezza è considerato il più grande e importante sito nuragico di tutta la Sardegna.
Situato su una collina, il monumentale complesso domina la pianura circostante e risale a qualche secolo prima del 1200 a.C..
La torre centrale, alta circa diciotto metri, costituisce il punto più antico delle costruzioni in pietra: le altre torri, più piccole, vennero edificate successivamente in periodi diversi.
Attorno a queste si trovano i resti delle abitazioni di un antico villaggio.
Nonostante la bellezza e l'interessante storia del Nuraghe molti degli studenti dedicarono le proprie attenzioni ad altro.
Le tre Figone rimasero tutto il tempo a fare le oche con dei ragazzi della terza G; Alessandro Mala, Luca Larosa ed altri, da quello che capii, si erano imboscati da qualche parte per fumare degli spinelli.
Stefano Vanni fu preso dalla mania del fotografo e scattò foto tutta la mattina (ne approfittò per immortalare anche alcune belle studentesse, facendo loro pure dei primi piani sui fondoschiena e sui "pettorali").
I nostri secchioni stettero in prima fila, accanto agli insegnanti, annotando tutto ciò che la nostra guida spiegò sul luogo.
Raimondi ed io stringemmo amicizia con alcune ragazze del secondo anno.
Ad un certo punto cercai con lo sguardo Lamacara: lo trovai seduto da una parte intento a mangiare un panino.
Mi avvicinai a lui e chiesi:"Cosa c'è nel panino? Sembra buono. Con Francesco abbiamo conosciuto tre tipe della seconda G... Perchè non ti avvicini, così ti presento?"
"Nooo, grazie!"Rispose:"Sono stanco... Rimango qui! Vuoi un panino? Dai fammi compagnia, mangiamo insieme!"
"Ok. Aspetta un attimo... Torno subito!"
Mi avvicinai a Francesco e alle nostre nuove amiche. Subito dopo ci avvicinammo tutti e cinque da lui.
"Dunque, ragazze... Lui è Simone!"
Una di loro disse:"Scusate tanto ma ora dobbiamo raggiungere la nostra classe! E' stato un piacere!... Ciao!"
Le altre due annuirono. Si allontanarono parlando tra di loro e voltandosi ogni tanto verso di noi.
Noi tre rimanemmo zitti a guardarle andar via.
"Simone mi dai un panino? Mi è venuta fame!"Esclamai.
Raimondi:"E per me non ce l'hai?... Ho fame anch'io!"
Egli generosamente ci porse una grande busta di plastica:"Prendete quello che volete!Nello zaino ho altro da mangiare!"
Dentro vi trovammo un'infinità di cose.
Mangiammo così tanto che all'ora di pranzo, Francesco ed io, non toccammo neanche una briciola dei nostri pasti mentre Simone continuò a saziarsi.
Di pomeriggio organizzammo una partitella a pallone contro quelli del secondo anno.
Nessuno di noi volle stare in porta e così convicemmo Lamacara a fare il portiere.
Questo si rivelò alquanto incapace di parare i tiri dei nostri avversari per cui il risultato andò subito a loro vantaggio.
Il tifo fu tutto per l'altra squadra e il nostro portiere venne spesso deriso.
Ad un certo punto il pallone andò a colpire pesantemente Simone sulla bocca dello stomaco: cominciò a barcollare e dopo qualche istante prese a vomitare.
Vomitò tantissimo sporcandosi pure la felpa e i pantaloni.
Gli insegnanti e alcuni di noi accorremmo in suo aiuto. Sembrava non voler smettere.
Arrivata l'ora di andar via risalimmo sulle corriere.
La Maxia invitò Simone a togliersi la felpa e a lavarla insieme ai pantaloni con l'acqua.
Durante il ritorno rimase con indosso una maglia di lana, color panna, bucherellata in diversi punti: uno dei fori scopriva il suo capezzolo destro.
Il residuo odore di vomito, nauseante e sgradevole, fece star male la professoressa Della Valle e Giuseppina Loddo. Quest'ultima, a metà strada, cominciò a cacciare e così vomitò pure Cristina Figus che le sedeva accanto.
L'autista dovette fermare la corriera.
Lo stomaco di Simone sonoramente rumoreggiò e rimise di nuovo sulle sue scarpe.
La Della Valle si allontanò una decina di metri dal mezzo e anche lei vomitò.
Una strage.
Giunti finalmente all'istituto, prima di tornare ognuno a casa propria, Giuseppina si avvicinò a Lamacara, gli diede un sonoro ceffone sulla guancia e gridò:"Ti odioo! Merdoso che non sei altro! Perchè cazzo non sei rimasto a casa! Anzi, perchè cazzo sei nato!"
Simone se ne andò via zitto, con il capo chino, mentre questa lo fissava con grande rancore.
Così la gita si concluse.